Comunicazione pubblica, un cammino ancora lungo

La Comunicazione Pubblica sta vivendo un periodo di grande fermento ed innovazione. Ma come spesso accade ogni medaglia ha un suo rovescio e nella realtà capita di riscontrare una situazione a macchia di leopardo dove le eccellenze si affiancano a situazioni che esibiscono errori grossolani.
Quali sono le cause di questi errori? La mancanza di competenze specifiche? Budget di investimento insufficienti? La percezione che una gestione strategica dell’immagine non sia rilevante?

Probabilmente tutto questo, ma certamente anche il tema delle professionalità ed i limiti dei singoli Enti nella predisposizione dei profili professionali costituiscono una criticità.
A ciò si somma il fatto che ogni dirigenza (o il politico di riferimento) ha una forte autonomia decisionale rispetto alla definizione delle priorità (e del peso) dei settori interni e la comunicazione può non essere percepita come un asset strategico nella Pubblica Amministrazione. Pertanto le risorse (e le attenzioni) possono essere distribuite in modo non uniforme, incluso gli investimenti sul personale. Spesso la Comunicazione viene intesa come mera “informazione”, in altri casi come strumento di promozione dell’immagine dell’ente (anche se più spesso è il singolo politico a giovarne) e questo non fa altro che svilire e travisare il complesso ruolo della Comunicazione Pubblica.

Basta navigare in internet e visitare alcuni siti per aver chiara la situazione.
Per verificare lo stato dell’arte a volte fingo di essere un cittadino alla ricerca di un servizio o di un’informazione specifica e tento di trovare quello che mi serve. In alcune circostanze esco piuttosto sfiduciata da questa attività dove mi imbatto in curricola autocelebrativi di dirigenti e politici, in moduli imbarazzanti che richiedono un crittografo per essere compresi e in annunci sulle pagine web scritti in stile borbonico.
Concetti come trasparenza, informazione, accesso, imparzialità, buon andamento e partecipazione non sono aspetti separati dalla comunicazione istituzionale, che deve divenire sempre di più bidirezionale.

la-comunicazione-pubblica-diventa-socialPer raggiungere questo obiettivo il Comunicatore Pubblico deve avere una notevole e specifica professionalità. Anche il profilo (o meglio i profili) dovrebbero essere ben delineati, ma come è facile constatare, questo ancora non avviene e la disomogeneità regna sovrana.
L’improvvisazione, la mancanza di un ruolo definito e di una specifica e riconosciuta professionalità rischianocosì di rendere i Comunicatori Pubblici soggetti a pressioni ed ingerenze. Di contro alcuni professionisti, ad esempio chi si occupa di comunicazione attraverso la tecnologia, rischiano di lavorare in condizioni insostenibili in quanto la loro opera non è riconosciuta (i fatti di cronaca di questi giorni lo denunciano).

Di comunicazione si possono occupare, e si occupano, persone dalla formazione più disparata e dai diversi inquadramenti contrattuali. Io credo molto al valore dell’esperienza e non ritengo che un titolo di studio sia sufficiente a garantire la competenza, ma l’attuale situazione rischia di non premiare la meritocrazia.
Per tutte queste considerazioni credo che sia indispensabile trovare una maggiore omogeneità di ruolo e inquadramento ed una forma di riconoscimento della professionalità e dell’esperienza maturata.

È in quest’ottica che ho deciso di partecipare, l’anno scorso, al comitato di schema per la stesura dell’esame di certificazione per il Comunicatore Pubblico secondo la legge 4/2013. Anche se si tratta di una certificazione (ad oggi) volontaria, è l’unico modo previsto per attestare in modo legale ed ufficiale il livello di competenza ed esperienza. Temo che il cammino sarà ancora lungo, ma spero che questo possa essere un primo tassello anche per selezionare e premiare chi, nel settore, vanta un’esperienza di tutto rispetto.