Il capo che non vorrei mai avere (ma che invece ho avuto…)

Da anni lavoro a contatto con le imprese e ho avuto la fortuna di incontrare tanti leader davvero in gamba, carismatici, con valori sani e che hanno veramente fatto crescere la propria squadra.

Ognuno di loro emergeva per la sua “generosità” nei confronti dei propri collaboratori, ovvero la capacità di donare il proprio sapere, senza sentirsi minacciato dalla crescita altrui. Erano persone non “attaccate” alla poltrona: semplicemente sapevano che con una squadra sempre più vincente, il loro ruolo non sarebbe mai stato messo in discussione.

Ma non tutti i leader hanno questa visione e questa “generosità”.

Spesso ho incontrato anche manager che rivestivano ruoli importanti ma senza avere la benché minima capacità relazionale. Il fattore, secondo me, più evidente era la mancanza di “amore” per i propri collaboratori che venivano invece visti come mere “risorse”.

“Sono pagati per eseguire quello che io decido sia la migliore strategia. Io ho la responsabilità dell’ufficio, della divisione, dell’impresa e io quindi decido cosa debbano e non debbano fare.”

Peccato che, come qualcuno ha detto, se io ho un idea e tu hai un’idea ma non ce la scambiamo, ognuno di noi avrà un’idea. Se ce la scambiamo potremo avere almeno 2 idee… ma forse molte di più.

La ricchezza della diversa visione ed esperienza è qualcosa che non possiamo sottovalutare.

In realtà, dietro questo comportamento miope, ho riscontrato che ci sono diversi fattori e casistiche.

  1. Il capo arrivato. Il caso più frequente è quello del manager che ha oramai superato la soglia dei 55 anni e si sente arrivato. Pensa di conoscere tutto del suo lavoro ma, soprattutto, non ha più voglia di mettersi in gioco ed imparare. E, siccome non vuole più fare sforzi, visto che li ha fatti in tutta la vita, affossa le nuove idee e i suoi collaboratori, onde evitare di sentirsi inadeguato e non saper gestire l’innovazione che potrebbe emergere e sfuggire quindi al suo controllo (o peggio ancora mettere in evidenza la sua palese inadeguatezza)
  2. Il capo completo. In questo caso, anche questo purtroppo abbastanza Il capo che ti indicafrequente, è l’ego che acceca e che fa sì che il manager tarpi le ali ai collaboratori. Il soggetto in esame è veramente sicuro di sé e pensa di non aver nulla da imparare, almeno da chi lo circonda, per cui non si pone nemmeno il problema e non è toccato dall’eventuale frustrazione dei suoi collaboratori perchè, certamente, non dipende da lui ma dalla loro inadeguatezza. Non capisce come mai non siano grati di avere un lavoro e di collaborare con lui, da cui possono prendere solo che esempio.
  3. Il capo paranoico. E’ un caso più raro ma ho visto anche questo. Si tratta della situazione in cui il manager è arrivato a ricoprire un ruolo per cui è parzialmente inadeguato, grazie al suo standing ed alla sua capacità di “vendersi”. Il problema è che il giorno dopo deve iniziare a reggere la parte per cui sarà: sospettoso, poco trasparente e tendenzialmente poco coerente, ma pronto a cambiare idea non appena gli si presenti una proposta che lo convince di più. In tutto questo, ovviamente, non darà troppo spazio ai propri collaboratori: vuoi mai che scoprano che, dietro una parvenza di competenze, c’è invece una totale inconsistenza.
  4. Il capo statale. Si tratta del tipo di persona che è cresciuta in un ambiente Capo donna che conta con le ditapara-pubblico ed oggi, invece, si trova sottoposto alla richiesta di cambiare il suo stile in quanto tutti siamo sul mercato, valutabili e soggetti quindi ad una revisione del ruolo. Questo capo, nella speranza vana di salvarsi, tenta di fingere di essersi adeguato dissimulando il più possibile per nascondere che in realtà… è rimasto totalmente inerte! Se i suoi collaboratori sono come lui, nessuno si accorgerà di quello che sta accadendo. In caso contrario sono destinati a grande frustrazione!

  5. Il capo nazista. È colui che pensa che i suoi collaboratori debbano “soffrire” ID-10089466per dimostrare di meritarsi la posizione. Il suo stile è dirigistico, distaccato e, a volte, può arrivare ad essere percepito come “violento” ed offensivo. In sostanza riversa sui collaboratori mancanze o “ombre” della sua vita ed è incapace di interessarsi alla vita ed al benessere altrui.
  6. Il capo ambizioso. È colui che ha il potenziale per essere un buon leader ma non è mai soddisfatto del suo ruolo e dei suoi risultati. Per questo, se da un lato cerca di prestare attenzione e di mettere i cuoi collaboratori al centro, dall’altro ha come priorità quella di raggiungere sempre obiettivi e risultati maggiori. In questa incessante ricerca può calpestare “incidentalmente” qualcuno.

Sono solo alcuni degli stereotipi che ho identificato guardando attorno a me ma, purtroppo,  nelle aziende mancano, spesso, i veri leader in grado di ispirare i propri collaboratori.

Questo perché non sono, loro stessi, ispirati da una Capo donna pugilemotivazione autentica, da qualcosa che li spinga a fare e dare del loro meglio. Ognuno di noi ha, infatti, una sfera valoriale che lo guida nel profondo. Chi l’ha dimenticato, o ha deciso di seguire altre pulsioni come linee guida, si ritrova ad essere più “sterile” e distante dal mondo che lo circonda.

Ora che sappiamo che esistono diversi approcci e diverse visione “deformate” della realtà, possiamo iniziare ad affrancarci da questi “capi” ed evitare così di farci coinvolgere in un “gioco” perverso che può solo procurarci sofferenza e frustrazione, col rischio di minare la nostra autoefficacia ed autostima.

E tu, che capo hai incontrato nella tua vita professionale?

Se vuoi avere maggiori informazioni sulle tecniche per prendere le distanze da situazioni “malsane” contattaci utilizzando la mail: people@peopletrezero.com.