Incontreremo sempre l’imperfezione

articolo Anna

“I top performer saranno premiati con un bonus straordinario!”

“Il tuo premio sarà direttamente legato ai tuoi risultati!”

Quante volte abbiano sentito queste frasi?

Io le ho sentite spesso, anzi per diversi anni le hanno dette anche a me.

La domanda che mi sono fatta ad un certo punto del mio percorso professionale è: che effetto ha su di me questa cultura? Mi spinge a dare il mio meglio? E’ quello che mi motiva a dare il mio meglio?

Bene la mia risposta è no.

Ancora oggi, se mi ascolto, le parole che arrivano alla mente sono “queste modalità in passato mi hanno solo portato a sentirmi in un ambiente competitivo dove il risultato era più importante di tutto: dei colleghi, dei collaboratori, dei clienti… Dove i top performer erano i bersagli delle invidie e dove chi non raggiungeva i risultati non veniva aiutato a migliorare ma solo additato come incapace”. E infatti a fine 2008, nonostante l’inizio della crisi, ho deciso di lasciare la sicurezza, i benefit, lo status e licenziarmi per costruire il mio nuovo futuro.

Un futuro diverso fatto di rispetto, di libertà, di creatività, di opportunità per crescere e sperimentare, di valori e di rapporti solidi.

Questo non significa che i sistemi premianti diffusi e consolidati siano il male da combattere, sono semplicemente imperfetti: nascono per una finalità positiva – motivare – ma spesso misurano solo numeri e non l’impegno reale, le capacità, le difficoltà, e – soprattutto – se il manager si è fatto carico di aiutare il suo team a superare gli ostacoli.

Non credo nell’uguaglianza: ognuno di noi ha punti di forza e talenti naturali che vanno riconosciuti, allenati e indirizzati ed è compito del manager aiutare il suo team a fare questo lavoro per supportare e consentire ad ogni componente di arrivare alla sua massima performance che, ovviamente, non coinciderà con il valore della massima performance in assoluto. Ognuno di noi ha un diverso modo di essere “perfetto” nell’imperfezione: va aiutato a trovare la sua strada e a dare il meglio in relazione a sé stesso.

E’ proprio l’imperfezione di questo sistema che mi ha portato a cercare qualcosa di più, qualcosa che rispondesse al mio modo di sentirmi motivata, a disegnare e costruire un progetto che si chiama People3.0 e che persegue quegli obiettivi di autorealizzazione -attraverso la coesione e la valorizzazione delle singole individualità come team – che ho descritto sopra.

Potersi esprimere, sperimentare in un ambiente che ha una base valoriale comune è ciò che da 8 anni motiva me e i miei colleghi più di qualunque compenso economico, ci tiene uniti e ci spinge a condividere la nostra esperienza e la nostra cultura della felicità in azienda con tutti coloro che vorranno aprirsi a questa opportunità.

POST 11

Se fai parte di coloro che vogliono costruire un futuro diverso per le organizzazioni, vieni ad incontrarci il 2 aprile a Bologna.

Insieme a me le persone che condividono questo sogno a livello internazionale e lo hanno trasformato in realtà Alexander Kjerulf, Alan Wallace, Giuseppe Vercelli, Francesca Corrado, Niccolò Branca, Daniele Simonazzi, Enrico Bassi, Tim Dorsett.

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