Mercati internazionali, CETA e TTIP sono un opportunità o una minaccia?

Mercati InternazionaliGli accordi bilaterali sui mercati internazionali sono una minaccia od un’opportunità per le imprese italiane?

Questa è la domanda a cui cercherò di rispondere. In qualità di professionista e consulente nell’area commerciale nazionale ed internazionale, negli ultimi anni molto impegnato sul fronte delle eccellenze italiche del food & beverage, non posso nascondere il mio sbigottimento davanti alle fiammate del dibattito, negli ultimi mesi, durante i tavoli di confronto sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) con gli Stati Uniti d’America ed il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada.

Per l’ennesima volta abbiamo assistito, soprattutto a casa nostra, ad uno scontro che non aveva nulla di logico e razionale, ma era esclusivamente ideologico. Tante associazioni che in nome di operatori del settore agroalimentare si sentivano in dovere di difendere, badate bene, non gli interessi delle aziende loro aderenti, ma dei consumatori e del mercato in generale. Paventando chissà quale catastrofe universale derivante dall’invasione di prodotti ogm, pieni di ormoni ed antiparassitari per avvelenare l’umanità intera.

Del TTIP possiamo risparmiarci di parlare visto che l’avvento dell’era di mr. Trump ha messo la parola fine al trattato USA-UE, almeno per ora, dal momento che il Tycoon a stelle e strisce ci ha abituato anche a rapide strambate e cambi di rotta. Occupiamoci quindi dei tavoli negoziali ancora aperti e che impatteranno sui mercati internazionali. Capisco che fosse impegnativo leggere le 1600 pagine, più allegati, al testo del CETA, ma per costruire le barricate che tutti abbiamo visto di fronte all’inviso acronimo, credo fosse necessario un minimo di sana razionalità. Da un lato non vogliamo annoiarvi con un commento puntuale su ogni virgola del trattato, ma focalizzarci, almeno per il settore agroalimentare su alcuni cardini certi e che ormai sono acquisiti agli atti:

  1. Le regole sanitarie e qualitative delle merci in ingresso nel nostro paese, come in tutti quelli dell’Unione Europea non sono toccate dall’accordo bilaterale, quindi ciò che è vietato mettere in commercio oggi lo sarà anche domani.
  2. Le DOP, IGP, DOCG, ecc… che oggi non sono minimamente tutelate in Canada, troveranno invece un riconoscimento ed una tutela specifica da possibili contraffazioni in grado di trarre in inganno gli acquirenti.
  3. Se e quando entrerà in vigore il CETA verrà cancellato un costo di 500 milioni di euro/anno per dazi doganali, burocrazia e certificazioni, in quanto i due soggetti con l’accordo, oltre a togliere una quota delle tasse di importazione, accettano di riconoscersi reciprocamente le certificazioni sanitarie e governative nazionali, evitandone la duplicazione.

Ora, può sembrare poco, ma questo aspetto era una barriera insormontabile prima di tutto per le piccole e medie imprese, perché le industrie grandi e le multinazionali sono da sempre ben attrezzate ed organizzate, per poter gestire tutta la burocrazia e le complesse procedure necessarie a distribuire in tutto il mondo i loro prodotti.

Una difficoltà bloccante per le PMI che, a quel punto, per poter portare i propri prodotti sui mercati internazionali, per obbligo e necessità, dovevano passare sotto la ghigliottina dei trader specialisti dell’import-export che strozzavano i produttori e tenevano per se buona parte della marginalità.

Ecco basterebbero questi 3 punti, e ce ne sono altri di interessanti, per dire che un accordo come il CETA non è un disastro, ma è un’opportunità. Basta uscire dal nostro piccolo guscio e guardare al mondo, di fronte alla globalizzazione dei mercati, reale, tangibile, inarrestabile vogliamo che la torta continuino a dividersela solo le multinazionali o pensiamo che la caduta di barriere d’ingresso creino anche delle occasioni per le medie imprese che sono il vero cuore pulsante dell’economia italiana?

Il pensiero che un bravo produttore di Prosciutto di Parma DOP, ed insieme a lui tanti altri produttori dell’eccellenza italiana, possano in tempi brevi portare direttamente il loro prodotto sul mercato Canadese mi porta a ritenere che da questo accordo arriveranno reali possibilità di crescita nel comparto agroalimentare. Si potesse oggi dire lo stesso di altri mercati internazionali, Stati Uniti in testa, visto il peso che hanno sulle esportazioni del food made in Italy.

Non si deve abbassare la guardia invece, come vorrebbero ‘falsi amici’ molto più vicini a noi sull’unica vera tutela del consumatore, un’etichettatura chiara, univoca e facilmente leggibile rispetto alle caratteristiche, qualità ed origine dei prodotti alimentari. Dopo ognuno sarà libero di scegliere.

Una cosa resta necessaria, che le medie aziende si facciano trovare preparate sin da ora alla sfida, con percorsi che le predispongano ad avere i giusti strumenti per cogliere queste opportunità, perché per ogni prodotto del nostro belpaese ce ne sono almeno 5, equivalenti agli occhi di un consumatore oltreoceano, pronte all’apertura di nuove fette di mercato ed il CETA è un accordo con tutti i paesi dell’Unione Europea, nella competizione quindi non godremo di alcuna corsia preferenziale.